Cronache da un Paese sospeso tra Oriente e Occidente
Esattamente settant'anni fa, alle 9.05 del mattino si spegneva il Padre della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal detto "Ataturk". A distanza di 7 decenni, il giorno della sua morte significa ancora tantissimo, in una maniera che, ancora una volta, mi impressiona e mi fa capire come questo Paese sia ancora volto al proprio (ormai lontano...) passato con una nostalgia/senso di debito ancora da saldare che noi italiani fatichiamo a capire.
Stamattina mi sono alzata di buon ora e ho attraversato in macchina il ponte sul Bosforo per arrivare in Asia. Al casello mi sono fermata, sono scesa dalla macchina e "corrompendo" un poliziotto ho ottenuto il permesso di abbarbicarmi tra un casello e l'altro per arrivare alla linea spartitraffico.
Se c'è una cosa che a Istanbul tira fuori il peggio delle persone è il traffico. Ce n'è sempre così tanto che quando (miracolosamente) è scorrevole, non perdi un attimo di tempo e schizzi via come puoi. Specie se, come il lunedì mattina, devi andare al lavoro.
Ebbene, sul ponte più congestionto di Istanbul, in un momento in cui il traffico era "sostenuto ma scorrevole", alle 9.05 tutte le macchine si sono fermate nel punto in cui si trovavano, tutti sono scesi dall'auto e hanno suonato il clacson provocando un chiasso assordante e al tempo stesso suggestivo proprio per il significato che aveva.
Nel giorno in cui le infinite bandiere nazionali sventolano a mezz'asta e ancora una volta decine di canali ripoporranno documentari sulla vita di Ataturk, ho avuto l'ennesima dimostrazione di quanto decine di milioni di turchi vivono ancora all'ombra di un uomo morto, nella stragrande maggioranza dei casi, prima che loro stessi nascessero. Ataturk non si discute, si ama. Incondizionatamente.